Luigi Zingales a chi piace?
Agli insegnanti trentini, a me, a qualche genitore, no, Zingales non è piaciuto. Non è piaciuta la visione di una istruzione universitaria il cui destino sia indissolubilmente legato al mercato. Non è piaciuta la proposta di rendere più competitiva la formazione e di calcolare il successo di una Università sulla base della differenza di reddito in uscita e in entrata. Una delle sue proposte è quella di liberalizzare l’università, fornire un prestito d’onore a tutti i giovani che vogliono investire negli studi e che poi dovranno restituirlo. In questo modo sceglieranno l’università non perchè ti dà “il pezzo di carta” (nella visione di Zingales infatti questo non dovrebbe avere più valore di per sé) ma per le competenze che ti dà e quindi per la spendibilità sul mercato di tali competenze. In parole povere: scelgo l’università che mi consentirà di avere in uscita un reddito più alto. Una delle critiche più forti che ha ricevuto riguardano proprio questo punto: non è prevista l’istruzione per l’istruzione, o l’istruzione finalizzata a una qualità del lavoro che non abbia a che vedere con l’aspetto monetario.
Per quanto riguarda la scuola Zingales ha portato dei dati sulle variabili che influenzano la “buona riuscita scolastica” (in primis la competenza). Ci si dovrebbe interrogare, e mi chiedo se il noto economista l’abbia fatto, su che cosa si debba intendere per “buona riuscita scolastica”. Se tra le variabili usate per misurarla Zingales abbia considerato l’obiettivo primario della scuola: quello formativo per cui si “trasferisce conoscenza”, sapere, al fine di formare un CITTADINO consapevole, con capacità critiche, rispettoso degli altri, sensibile al bene comune, capace di interrogarsi sulla propria vita e su quale società vuole costruire insieme agli altri cittadini. La cultura non è solo uno strumento per raggiungere il soddisfacimento dei propri bisogni, primari e indotti, ma è l’ambiente entro il quale acquistano senso le azioni degli individui, le loro scelte, la vita collettiva. La cultura è il luogo del senso condiviso.
Quando Zingales fornisce i suoi dati sulla riuscita scolastica ha calcolato come la competizione dovrebbe consegnare alla società un buon cittadino oltre a un burattino ben istruito?
Mi piacerebbe davvero confrontarmi con qualcuno a riguardo… all’incontro c’erano tante persone che avevano voglia di dire la loro, alcune lo hanno fatto lì altre non ci sono arrivate. E poi se ci fosse qualcuno sinceramente convinto della proposta di Zingales sarei felice di sentirne le ragioni.
ps. il titolo di questo post è tratto dalla frase di una donna seduta dietro di me durante l’incontro… reality blog!
Purtroppo ho poco tempo ma visto che cerchi un tifoso di Zingales non posso tirarmi indietro. E’ sempre bruttarello rispondere a una domanda con un’altra e quindi te ne faccio direttamente due: la scuola italiana forma cittadini? Le università italiane creano cultura?
La distanza che intercorre tra gli strumenti ideali atti a modellare la società e la loro effettiva efficacia dovrebbe essere la minore possibile, nel caso perfetto non esistere per niente. Ebbene la scuola italiana e il sistema universitario NON sono diretti ad una capitalizzazione del sapere impartito, danno titoli di studio equipollenti NON valutati dal mercato, rappresentano istituzioni volutamente NON concorrenziali. Il risultato è però sotto gli occhi di tutti, soprattutto in campo universitario: nepotismo, baronati, un generale feudalesimo incapace di produrre novità. Le ricette di Zingales, sebbene “brutte”, fanno leva sulla competizione e risolverebbero parte di questi problemi. Creandone magari altri, creandone sicuramente altri. Tuttavia questi eventuali “nuovi” difetti dovrebbero essere inediti e non già presenti al giorno d’oggi, al contrario di quelli che citi tu.
Ribadisco che sono di corsa e non ho tempo per citare esempi pratici. Vorrei comunque concludere riprendendo il problema della “distanza” citato prima: un sistema non competitivo e gratuito (ma lo è poi veramente?) è innegabilmente “bello”. Se al “bello” non si accompagna il “buono” forse è il caso di rivedere i propri parametri estetici. Così la penso io, zingalesiano dell’ultima ora.