Archivio per Aprile 2007

E’ partito il TrentoFilmFestival!

Iniziato due giorni fa ma continua ancora fino al 6 maggio

il Trento Film Festival è arrivato alla sua 55^ edizione

Io sono ancora tra la gente di Calabria dove altre storie di festival andrebbero raccontate e di certo verrà il momento…

Invece dopo anni di frequentazione assidua manco da uno dei più bei festival di cinema, quello della  montagna, con film ma anche eventi di varia natura sull’esplorazione e l’avventura d’alta quota. Però mi pare di capire dal sito, e dai commenti dei miei amici in loco, che sia una gran bella edizione. Chi lo racconta?

Formazione su misura… di chi?

In treno una maestra…

Prendere il traghetto tra Messina e villa San Giovanni per poi attendere poco meno di 2 ore un treno che ti porti un po’ più su è una di quelle occasioni in cui se non sei bravo e pronto a non guardare in faccia nessuno ti ritrovi a far da confidente a una cara signora che alla fine si congeda, a malincuore, dicendoti che è stato davvero un piacere parlare con una persona così simpatica. Questo nonostante tu abbia spiccicato due parole in croce. La persona in questione stavolta è una gentile e raggiante donna sulla cinquantina, curata e con un bel sorriso. Quella simpatica, cioè l’uditrice assennata, sarei io!

Le sue confidenze riguardavano più che altro il mondo della scuola e se ve lo racconto è perché mi ha fatto pensare a tre cose: la prima è che parlando di risorse umane non si può non pensare alla politica scolastica e al progetto formativo che la sostiene, la seconda è che qualsiasi progetto educativo volto alla valorizzazione delle singole identità rischia a mio parere di cadere nella trappola di un controllo invadente, la terza è che la formazione è un business e purtroppo la scuola sta sempre più assumendo connotazioni privatistiche in cui il progetto educativo diventa espediente retorico per “agganciare” famiglie e alunni.

In particolare mi raccontava di un progetto di educazione motoria cui i bambini avevano manifestamente rivelato scarso interesse. Questo progetto si concludeva, ovviamente, con un saggio finale la cui preparazione fu un vero e proprio strazio: i bambini infatti si sentivano obbligati. Insomma qualcosa era andato storto, forse non era stato calibrato bene per la loro età, ma qualsiasi fosse il motivo, mi faceva notare la maestra, si era perso tutto il senso. Lei più volte propose ai suoi colleghi di mollare il saggio finale visto la riluttanza dei giovanissimi corsisti ma niente da fare: il progetto aveva bisogno di una conclusione, di una relazione finale, della partecipazione dei genitori ecc.

Ero stata fortunata, la maestra raccontava e sapeva raccontare ma soprattutto sapeva farsi capire.

Alla fine mi ha detto: “insomma per loro è stata un’esperienza frustrante e l’unica ricaduta di questo progetto non è certo l’esercizio che avevano “imparato” a fare ma l’immoralità di una simile imposizione”.

Il capitale umano dimenticato tra le Alpi e gli Appennini

Rumiz ce lo racconta nel suo ultimo libro “La leggenda dei monti naviganti

Se il capitale umano è costituito dall’insieme delle facoltà e delle risorse umane, in particolare conoscenza, informazione, capacità tecniche, che danno luogo alla capacità umana di svolgere attività di trasformazione e di creazione ma anche di conservazione, allora l’Italia vanta un incredibile capitale umano nascosto, per non dire esiliato, tra le montagne.  

Scrive Paolo Rumiz: 

Ero partito per fuggire il mondo, e invece ho finito per trovare un mondo: a sorpresa, il viaggio è diventato epifania di un’Italia vitale e segreta. Ne ho scritto con rabbia e meraviglia. Meraviglia per la fiabesca bellezza del paesaggio umano e naturale; rabbia per il potere che lo ignora.Come ogni vascello nel mare grosso, la montagna può essere un insopportabile incubatoio di faide, invidie e chiusure. Ma può essere anche il perfetto luogo-rifugio di uomini straordinari, gente capace di opporsi all’insensata monocultura del mondo contemporaneo.

(…)Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati – illeggibili ai barbari – della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei princípi della vita. Senza questi invisibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe desertificata da tempo. (…)Poiché coltivo l’illusione che grazie a questi luoghi il mondo eviterà la catastrofe, ho pensato fosse giusto non svelarli del tutto. In certi casi mi sono limitato a dare solo vaghe tracce topografiche . In altri, ho depistato il lettore, imbrogliato le carte e taciuto completamente.Non dico, per esempio, dove abita un boscaiolo che parla con le fonti e dove vive un pastore capace d intessere, con una pianta simile alla rafia, mantelli di pioggia identici a quelli dell’uomo di Similaun. A ciascuno il suo viaggio, a ciascuno il suo dialogo con la mappa del paese.Che i politici scendano dai loro elicotteri e imparino a camminare; o l’Italia diverrà in breve una terra di locuste e avremo non una mille banlieues di furore. Le periferie bastonate si vendicano e la montagna è periferia.”  Il libro è davvero un lunghissimo viaggio ( 8000 chilometri) dal golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola) attraverso le Alpi e gli Appennini, per incredibili paesaggi e borghi dimenticati. Invece di parlare di formazione, il libro di Rumiz mi sembra un ottimo punto di partenza per parlare della valorizzazione di quel capitale umano dimenticato e così intimamente legato alla nostra prima risorsa: il territorio. 

Fotografia al festival con La voce

Generazioni sovrapposte è il bellissimo titolo che quelli de La voce hanno scelto per il loro I° concorso di fotografia opensource in vista della loro partecipazione al Festival dell’economia di Trento.

“un’occasione per mostrare conflitti, problemi e successi di giovani e di anziani a confronto, nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana”… ecco il testo completo!

Io non sono una fotografa ma guardo, come i lettori che non scrivono! Così andrò in giro ad allenare lo sguardo.

L’utopia di Basaglia: quale capitale sociale?

Tempo addietro mi occupai di salute mentale (nell’ambito della comunicazione scientifica) studiando e confrontandomi sull’esperienza basagliana a Trieste. Da allora, in mille occasioni, mi capita di imbattermi nella medesima domanda: Fu il folle a tornare alla società o la società che riacquistava la sua follia?In questa domanda, che detta così può sembrare banale o addirittura priva di senso, è già insita una credenza messa in luce dall’etnopsichiatria. Quando Basaglia disse che le persone che soffrivano di “malattia mentale”  non potevano essere curate in una istituzione carceraria ma all’interno della rete sociale propria della loro comunità, intendeva dire molte cose. Non solo che la malattia mentale è anche una malattia istituzionale, non solo che queste persone non possono essere capite né tanto meno curate in un contesto totalmente avulso dalla società (perdonatemi questa semplificazione perché avulso davvero non è la parola esatta). Intendeva anche che la malattia nasceva nella società, le apparteneva in qualche modo e questo modo è quello che andrebbe indagato. Oggi leggendo dal sito Comunicare il sociale con le immagini la bella presentazione di Fabio Lucchi del Dipartimento Salute Mentale, Unità Operativa di Psichiatria 24 Centro Psicosociale Leno dal titolo “ll Capitale Sociale: problemi di definizione, misura e costruzione” in cui si parla anche del rapporto tra salute e capitale sociale ho pensato alle esperienze fatte in Italia nell’ambito della salute mentale, tante. Ci sono molti studi di etnopsichiatria che dimostrano come la cura e con essa quindi la malattia ( e l’esistenza stessa di certe malattie) siano esperienze culturali e sociali. Ciò che invece non riesco a digerire è la sovrapposizione tra determinate esperienze e l’ampio contenitore del volontariato. Ciò che mi affascina del rapporto tra capitale sociale e salute ha a che fare molto di più con la concezione di presa in carico da parte della società del malato non solo nel senso di offrirgli una rete di “appoggio” ma nel senso più profondo di comprensione del livello simbolico implicato nella cura e nella definizione delle malattie. Insomma PARLIAMONE del volontariato, perché a me risulta difficile conciliare una visione tradizionalmente paternalistica del prendersi cura dell’altro con un’immagine di capitale sociale che si lega alla coscienza sociale e che coinvolge le persone in un senso più ampio. Sarei curiosa di capire meglio come le teorie economiche relative al capitale sociale trattano l’argomento volontariato. Vi chiederete cosa c’entra tutto ciò con Basaglia?Credo che se qualcosa ha fallito nella “rivoluzione basagliana” questo qualcosa abbia anche a che fare con una cultura sociale “normalizzatrice” e paternalistica. La rete sociale di cui si parla è insomma un espediente per sostituire il welfare statale o ha a che fare con il sistema simbolico culturale di una società “autoconsapevole”?  

alcuni riferimenti interessanti per approfondire l’argomento:

http://www.triestesalutementale.it/letteratura/testi/16impsoc.htm sull’impresa sociale

http://www.pol-it.org/ital/etno.htm per gli studi di etnopsichiatria 

e altre cose interessanti:

http://www.univ.trieste.it/~dipfilo/laboratorio/anormalita/anorkirchmayr.htm

http://www.nicolettapoidimani.it/documenti/ideologiadiversita.pdf

http://www.istitutoricci.it/curare_la_follia.htm#welfare

Blog capitale o pratica nichilista? Ne parla “Professione: blogger”

Quando ho deciso di gettarmi nell’avventura blog ispirata dal tema del festival dell’economia di Trento di quest’anno ( capitale umano, capitale sociale) è perché mi pareva che parlando di capitale sociale si potesse proprio investire risorse umane nella comunità dei blogger.

C’è qualcuno però che teorizza che il fenomeno dei blog sia una pratica nichilista o autoreferenziale.

Ne hanno parlato sul programma radiofonico “Che fine ha fatto Sedna” di cui vi giro comunicato:

Professione: blogger

All’inizio del 2002 di blog in Italia se ne contavano solo 300. Oggi sono diventati migliaia. Un fenomeno esplosivo che ha attratto i professionisti dell’informazione e i teorici della comunicazione. Geert Lovink, teorico olandese dei media, nel libro Zero comments che negli USA uscirà a giugno, delinea una teoria generale dei blog, considerandoli una pratica nichilista e autoreferenziale.Sedna ne discute con il giornalista e saggista Franco Carlini. Anche la scienza è approdata nella blogsfera e l’informazione scientifica più che una semplice lettura si trasforma in dialogo, coinvolgendo i lettori e dando spazio ai loro commenti. La parola a Luca De Biase, responsabile di Nova24, l’inserto settimanale de Il sole 24 ore.”

Per ascoltare il programma:

http://ulisse.sissa.it/scienzaEsperienza/radioSE/2006/Uesp061214s011


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